Massimo Banzi: “Arduino, una piattaforma per il futuro”

Massimo_BanziMassimo Banzi ha iniziato a maneggiare il primo saldatore a 12 anni. Classe ’68, ha capito che se hai un problema è meglio risolverlo da sé. Nel 2005 lancia Arduino, il microcomputer open source che cambia il concetto di design. Un’occasione per quegli imprenditori che in Italia ci sono ma non si vedono mai

Banzi, a quando risale la sua passione per l’elettronica?

Quando ero bambino smontavo tutto quello che trovavo. In casa c’erano vari giornali di elettronica che sfogliavo in continuazione. Non ci capivo molto ma erano davvero belli.

Guardare ma non toccare?

No, affatto. A nove anni ho iniziato a giocare con il kit della Braun ideato negli anni ’60 per insegnare l’elettronica ai bambini. Più tardi ho scoperto con piacere che era stato progettato da Dieter Rams, lo storico designer che ha ispirato la linea dei prodotti Apple.

Molto più di un semplice gioco.

Già, oltre a avermi insegnato l’elettronica mi ha trasmesso l’interesse per il mondo del design. Così a dodici anni usavo già il mio primo saldatore. Se inizi presto le cose ti appaiono molto meno complesse.

Si impara prima?

In realtà è un principio molto più semplice: se non ha idea di quello che fai ti trovi in una condizione perfetta. Non hai paura di niente. Osi. Purtroppo, più invecchi, più è difficile apprendere qualcosa di nuovo. Chiunque mostra un atteggiamento incosciente impara a fare cose davvero interessanti.

E il lavoro dove l’ha portata?

In giro per il mondo. Mi occupavo di grosse applicazioni web, ma a un certo punto la cosa non mi entusiasmava più e ho smesso. Volevo sperimentare l’insegnamento. Poi una persona mi parla di questo istituto di design di Ivrea, dove cercavano un professore particolare.

Si è lanciato?

Sì, mi prensento al colloquio e va tutto inaspettatamente bene. Il mio profilo non era quello dell’accademico e neppure mi ero accorto che davanti a me c’era un luminare dell’interaction design come Bill Verplank. Ma gli servivo. Così le prime due settimane di prova sono diventate due mesi e poi cinque anni.

Di cosa si occupava a Ivrea?

Mi sono creato uno spazio dove insegnavo elettronica ai futuri designer. Ho capito fin da subito che ai miei studenti non serviva un approccio scolastico. Quello uccide la passione. E ci sarebbero voluti almeno cinque anni per insegnare tutto. Io avevo solo un mese di tempo.

E quindi?

Ho insegnato loro l’elettronica come l’avevo imparata io fuori dall’accademia. Meglio arrivare al punto, come facevo da bambino: l’importatne è imparare abbastanza nozioni utili per progettare un prototipo. È per questo che durante i miei corsi proponevo di usare delle piattaforme hardware.

Insomma, il primo Arduino.

L’idea di usarlo per il teaching è uscita fuori nel 2003, ma il primo vero Arduino è nato nel 2005. Ci abbiamo lavorato in gruppo, una community internazionale di studenti e ingegneri. L’idea era quella di costruire un microprocessore accessibile a tutti: studenti, designer, ingegneri e appassionati.

Con una strategia ben precisa alla base.

Sia software che hardware dovevano essere open source. Lo sentivamo quasi come un fatto naturale. Molti di noi lavoravano già con Linux e abbiamo deciso di dare a tutti la possibilità di capire come è fatto Arduino. All’inizio ci davano dei pazzi, ma oggi gli americani dicono che si può fare. Noi però ci siamo arrivati sette anni fa.

Quali sono gli altri pilastri di Arduino?

Il prezzo. Abbiamo voluto che fosse basso, sui 20 euro circa. Ci sembra una cifra ragionevole per la maggior parte degli utenti. Inoltre il fatto di aver pubblicato tutta la documentazione sul progetto ha aiutato molto. La gente si sente in dovere di condividere con gli altri il proprio lavoro. Così è nata una comunità di 50mila utenti molto attiva che dà una mano a risolvere i problemi.

Arduino spazia ovunque.

C’è chi lo usa per costruire interfacce da applicare a strumenti musicali, o per installazioni interattive nei musei. Ma c’è anche chi si fabbrica strumenti da laboratorio. Come una sonda per misurare il pH. Costa poco ed è opensource. L’ideale per i paesi in via di sviluppo.

E resta sempre open source.

Sì, l’idea è che se hai un problema da risolvere lo devi fare da te. Arduino è l’ideale, e infatti lo trovi nel 90% dei prodotti elettronici lanciati su Kickstarter. Dalla caffettiera open source fino al termostato industriale. Normalmente costa un sacco di soldi: questo invece non supera i 60 dollari ed è modificabile da chi conosce il nostro software.

Non ci sono barriere di copyright.

Questi sono prodotti nati per essere hackerati, delle piattaforme aperte ed editabili. In questo momento in giro per il mondo ci sono 400mila Arduino di vario tipo. Ma ci dobbiamo aggiungere anche i prodotti clonati in Cina.

Questo è un problema?

Da una parte è fantastico che nascano nuovi modelli ispirati al nostro, era la nostra intenzione quando l’abbiamo reso open source. Ma c’è una bella differenza tra queste e quelle clonate. Solo le prime possono contribuire alla crescita del progetto. Mentre le altre sono copie esatte, delle volte compresa la scritta “Made in Italy”, che cercano di farsi passare per il prodotto originale ingannando il compratore.

Quindi tutto dipende dalla provenienza?

Non è solo questo. Buona parte delle schede Arduino sono prodotte in Italia, ma ci sono anche modelli autorizzati che vengono dagli Usa. L’idea può a venire a chiunque, è open source. Però chi compra un clone cinese che non funziona poi viene da noi a lamentarsi scoprendo solo dopo che il prodotto è un tarocco.. E’ un fenomeno che impatta su molte altre aziende.

C’entra l’onestà?

Mi spiace quando uno compra un clone cinese che copia il marchio e sa di farlo. E sa di abitare a venti chilometri di distanza da chi produce schede italiane. Sulla carta hai risparmiato un paio di euro con il tuo acquisto clonato, ma poi va ad impattare l’economia locale della sua stessa regione.

Eppure c’è chi non ci pensa.

Ma poi non possono scendere in piazza a lamentarsi. Ti hanno dato la possibilità di comprare un prodotto fatto dal tuo vicino di casa e tu non l’hai fatto. Tanti mi rispondono di non essere pagati per cambiare il mondo. Certo però poi non lamentarti che il tuo lavoro è finito in un altro paese.

Come siamo messi?

L’Italia è fatta di piccola aziende per cui è molto difficile affermarsi sia in campo software che hardware. La soluzione è una: abbracciare le risorse open source in modo sano. Bisogna superare la tipica fase del furbo italiano. Quello che prende un’idea open, la copia e poi se la ride. Condividere non è da stupidi.

Ma il messaggio non passa.

In Italia è molto difficile diffondere queste idee. In altri paesi bastano due parole e il giorno dopo sono già partite decine di progetti. Qui da noi purtroppo una cosa non interessa fino a quando non viene fatta all’estero. A quel punto bisogna copiarla e portarla qui.

E i risultati non sono affatto entusiasmanti.

Apple ci ha insegnato una cosa su come fare a distinguersi. Se vuoi vendere dei prodotti a prezzi premium devi investire molto su tecnologia e design. In Italia spesso puntiamo molto sul secondo e ci mettiamo dentro dell’hardware da due soldi. Così non puoi vincere sul mercato.

È un punto fondamentale.

In tutti gli altri paesi hanno capito l’interaction design è una piattaforma per il futuro. In Italia siamo rimasti un po’ indietro. Ma di ragazzi promettenti ne abbiamo tanti. Lo vedo con l’apertura delle Officine Arduino. A guidarle c’è un ragazzo di Torino che si è trasformato in imprenditore.

Un passo difficile.

Ma serve farlo. In Italia ci sono ragazzi in gamba che non si lanciano perché il sistema dice loro che fare un centimetro in più degli altri non serve a niente. Se sei in gamba non vai avanti comunque. Dobbiamo cambiare il modo in cui vengono presentate le figure degli imprenditori.

C’è un cortocircuito in Italia.

Quando da noi in televisione si parla di un imprenditore di solito si mostra uno che evade le tasse, che ha licenziato tutti. Non esiste un’immagine positiva. Ma in realtà è pieno di gente che si fa il mazzo. Dobbiamo capirlo: i posti di lavoro non li crea lo spirito santo, li tirano fuori gli imprenditori. Quelli bravi, quelli che prima di comprare lo stereo al figlio si preoccupano di pagare la tredicesima agli operai. Dobbiamo trovare modi di spiegare ai ragazzini che ci sono altri modelli oltre al calciatore e la velina…

_
Lorenzo Mannella



3 commenti
  1. Gabriele Serpi scrive:

    “Ma serve farlo. In Italia ci sono ragazzi in gamba che non si lanciano perché il sistema dice loro che fare un centimetro in più degli altri non serve a niente. Se sei in gamba non vai avanti comunque. Dobbiamo cambiare il modo in cui vengono presentate le figure degli imprenditori.”

    Ecco questo è il vero problema! Se si fanno ostacolare dagli altri e l’idea viene sciupato! Bisogna cambiare il modo da presentare.
    Complimenti per la strada ;-)

  2. [...] rappresentare l’Italia Massimo Banzi, inventore di Arduino, il microcomputer open source che sta trasformando il modo di far interagire il design con la [...]

  3. [...] nel 2011 “Champion of Change” dalla Casa Bianca. A rappresentare l’Italia Massimo Banzi, inventore di Arduino, il microprocessore open source accessibile a tutti, che sta cambiando il mondo della progettazione [...]

Lascia un commento