Enrico Dini: “Con la sabbia in testa”

Enrico DiniEnrico Dini, classe ’62, ha iniziato da bambino costruendo castelli sulle spiagge della Toscana. Oggi ha un’impresa che vuole rivoluzionare l’edilizia: tutto grazie a una stampante 3D che mescola sabbia e sale per farne roccia. E se l’Italia gli volta le spalle, il mondo invece ha già capito che questo è il futuro

Dini, lei non è un ingegnere come tutti gli altri.
A dire il vero, dalla facoltà di ingegneria di Pisa ci sono passato anche io. E mi sono pure laureato tardino. Mi definisco più un creativo, ma non è tutta farina del mio sacco. Da una parte ci sono mio padre, mio zio e mio fratello. Tutti ingegneri. Dall’altra, i parenti di mamma che sono artisti.

Più che farina, nel suo caso si tratta di sabbia.
Sì perché è in spiaggia che ho iniziato a far correre l’immaginazione. Ero bambino e a giugno andavamo tutti sulle dune di Feniglia, sotto l’Argentario. Costruivo castelli. Adoravo le loro forme, mi piaceva modellarle.

Tutto è iniziato in riva al mare.
Sì, ma poi nella vita professionale le cose cambiano. Anche se a me e mio fratello Riccardo la camicia da ingegneri è andata sempre strettina. Io, come lui, non sono uno che vive solo per applicare le norme scritte nei manuali.

Non le piaceva il suo lavoro?
Non si tratta di questo. Io sono nato a Pontedera, con mio babbo che era stato chiamato da Enrico Piaggio in persona a dirigere l’ufficio calcoli. Sono cresciuto in quel mondo e mi sentivo parte di quella casta fortunata di ingegneri creativi.

Ma lei cosa aveva di diverso?
Io e mio fratello Riccardo nel nostro lavoro ci siamo sempre complicati la vita. Non ci piaceva stare in riga e da sempre abbiamo costruito robot industriali originali e fuori dai canoni. Noi ci gasavamo a costruire una macchina perché fondamentalmente ci piaceva. È l’etica dell’inventore: trovare una soluzione ai problemi

Di cosa vi occupavate?
Di macchine stranissime per produrre calzature. Un salto di qualità lo feci nel 1998, quando presentai un progetto comunitario per costruire un robot programmato secondo la logica fuzzy.

Ovvero?
È un approccio di programmazione orientale basato su regole comportamentali della macchina. Se da noi un computer dà come risposta 0 oppure 1, la logica fuzzy invece sa che ci sono delle vie di mezzo. Un po’ come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. L’ideale per manipolare materiali morbidi che sfuggono facilmente al controllo.

Funzionò?
Mi misi in contatto con il Sant’Anna di Pisa e iniziai a lavorare insieme alla loro spin-off Scienzia Machinale. Ma è finito tutto nel 2001. Me lo ricordo ancora adesso. Era l’11 settembre. Poi c’è stato un periodo in cui lavoravo a un generatore elettrico alimentato dal moto ondoso. Serviva per produrre idrogeno e stoccarlo dentro palloni sottomarini.

Un vulcano di idee.
Con alti e bassi. Per qualche anno mi sono trasferito a Rovereto per mettere il mio know-how al servizio di una ditta. C’era un capannone vuoto da riempire e un ufficio soffocante. Non ce la facevo più. Dovevo tornare in Toscana. Poi, un bel giorno, la stampa 3D è entrata nella mia vita.

Un’illuminazione.
Già. Mi sono comprato una stampante 3D per il rapid prototyping e ci ho costruito i pezzi di una lampada per un mio amico. Gli ho detto che con questa tecnica ci si possono anche costruire le case. Lì per lì mi ha preso per pazzo.

E invece?
Era il 2004. Una sera di dicembre mi telefona un suo amico imprenditore chiedendomi che c’è di vero in tutta questa storia. Io da sbruffone gli rispondo che si può fare benissimo. Tutto entusiasta mi dice che vuole investirci, così scrivo un brevetto per una macchina che esiste solo nella mia testa.

E poi…
… i patti erano che io ci mettevo la tecnologia e lui trovava i soldi. Alla fine non li trovò e la cosa non ha funzionato. Ci siamo mandati a quel paese, ma ho continuato per la mia strada. Nel giro di poco ho costruito la prima macchina a base di resine epossidiche. Ma erano materiali infiammabili e inquinanti. Non mi piacevano.

C’è voluta la sabbia.
Grazie alle dritte di un chimico argentino ho ripiegato sui sali di magnesio e le rocce artificiali. Per creare il mio nuovo materiale basta un po’ di sabbia e un collante a base di cloruri. Tutta roba che si può ricavare dai sedimenti marini.

Si torna sempre al mare.
Ma c’è anche bisogno di fatti. Ho presentato il progetto alla Regione ma me l’hanno bocciato. Così a fine 2006 ho deciso di andare avanti da solo. Ho acceso un mutuo e ho chiesto un po’ di soldi al babbo. E poi, mi sono dato una scadenza: il 20 novembre 2007. Sarei andato a Londra per trovare un investitore.

Un anno tutto di corsa.
Già, il primo prototipo l’ho messo in funzione il 29 maggio. Un bel regalo di compleanno. Poi d’estate ho costruito una macchina capace di stampare su un’area di 6 metri per 6. A settembre l’ho provata su un prato a Follonica. Un collaudo all’aperto: una follia. Il primo temporale della stagione ha danneggiato il tendone e la macchina. Così a Londra ci sono andato con qualche campione e un bel rendering di 3 metri per 3 che accendeva decisamente l’immaginazione.

Come è andata a Londra?
All’ultimo secondo si fa vivo un buon investitore pronto a finanziare il progetto. Ma nel frattempo mi arrivano proposte anche dall’Italia. Ho cercato di tenere il piede in due staffe, ma li ho persi entrambi. Poi nel 2008 arriva un’altra occasione, da un grande gruppo imprenditoriale del nostro paese. Una trattativa da 35 milioni di euro. Ero al settimo cielo, e un po’ anche me la tiravo.

L’esito?
Siamo al 7 settembre 2008: il giorno del giudizio. Quando mi è arrivata la brutta notizia ero al British Museum davanti alla Stele di Rosetta. I titoli di riferimento dell’investitore erano precipitati e chiesero una ‘pausa di riflessione’. Stanno ancora riflettendo. E io mi sono ritrovato con l’acqua alla gola.

A quel punto che ha fatto?
Dovevo trovarmi un altro investor. Così ho bussato alla porta dello studio londinese di Norman Foster. Tempo zero mi risponde uno dei loro architetti capo e mi dice che si erano avvicinati al computational design e al digital manifacturing. Il Swiss Re Building al 30 St Mary Axe di Londra, detto il Gerkin è uno dei primi esempi. Il mio progetto gli interessava molto ed è iniziata una collaborazione.

E la sua sabbia ha iniziato a fare il giro del mondo.
Sì, in questo momento costruiamo barriere coralline. Sono commissionate da una società australiana. Ma c’è anche un contractor italiano che vuole posare le sue nel Mediterraneo e nel Golfo. Ma facciamo anche sculture per artisti. Siamo un vero laboratorio artigianale. Più atelier che business.

Progetti nel cassetto?
Tanti. Io e Riccardo vogliamo portare la nostra tecnologia per costruire case sulla luna. Ma nel nostro capannone c’è anche un po’ di polvere da ripulire. Abbiamo un carroponte e due stampanti. Ma una ormai ci ha lasciato. Per fare ricerca e mantenere in vita l’azienda ci vogliono ancora un po’ di soldi.

Cos’è che non funziona in Italia?
Lo dico con grande amarezza: ho sempre saputo di avere in mano una pepita d’oro e che la stavo offrendo qua e là. Ma nel nostro paese nessuno ha mai voluto aiutarmi. Neppure il Cnr, che si è presentato alla mia porta chiedendo soldi per fare la ricerca. A me? Mi bastano 50 milioni di euro per trasformare l’Italia nel leader mondiale del 3D printing in architettura. Potremmo spostare i numeri dell’economia nazionale perché questo è un progetto di filiera centrato sull’attività più comune dell’uomo: costruire. Di più, costruire il bello.

E far ripartire il paese.
Questa è una scienza tutta da inventare. Ci sono intere librerie vuote da riempire con studi e ricerche. E finalmente l’edilizia diventerebbe a impatto zero. La sabbia è molto abbondante sul nostro pianeta, si trova ovunque, è parte del nostro territorio. È come il ghiaccio per gli eschimesi o il legno per i canadesi. Un giorno tutto tornerà alla natura. Senza inquinare.

Sembra un sogno.
Io mi ci dedico anima e corpo. Ma tra me e mio fratello abbiamo solo quattro mani. Ma non mi arrendo. La provocazione della stampa 3D è passata. Tutti ormai sanno di D-Shape, da Bruce Sterling all’MIT fino alla Singularity University di Peter Diamantis. Ma anche i costruttori. Insomma, dove c’è sabbia c’è speranza.

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Lorenzo Mannella



4 commenti
  1. [...] (anche loro presenti alla kermesse); ma anche a basso impatto ambientale, come la stampante 3D di Enrico Dini e le sue case di sabbia. Share this:EmailFacebookTwitterTumblrLike this:LikeBe the first to like [...]

  2. guido guazzo scrive:

    grande Enrico, scrittore dell’Architettura!

  3. Ciao Enrico, sai quanto credo nel tuo sogno….. ancora oggi non sono riuscito a comprendere quale puo’ essere l’applicazione piu’ immediata e spendibile, in questo mondo immobile ed ingessato dalla burocrazia. Credimi ogni tanto ne parliamo…..anche io sono del ’62 ho premura di vederti con l’obbiettivo centrato. In bocca al lupo!!
    Giorgio

  4. Io credo fermamente che la tecnologia D-Shape è utilizzabile in tutto il mondo e che Enrico faccia bene a condividere la sua idea nell’ambiente dei makers; io inizierei praticamente dalla costruzione di un Trullo pugliese… anche perchè sarebbe a basso impatto ambientale, facilmente installabile e di piccole dimensioni… penso di contattare Eppela per farlo finanziare con un sistema di crowdfunding dove in cambio regalo le vacanze nello stesso trullo.

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