Alberto Cottica: “Il dilemma della lavastoviglie”

Alberto CotticaAlberto Cottica, emiliano classe ’66, inizia a lavorare come musicista e si porta dentro la passione per l’economia. Dopo l’esperienza nei Modena City Ramblers si dedica a tempo pieno allo studio delle politiche pubbliche collaborative e online. Ci spiega perché i Makers possono fare la differenza, anche quando si tratta di riparare una lavastoviglie

Cottica, lei che rapporto ha con la musica?

Per la mia generazione la musica è una cinghia di trasmissione del pensiero. Io non ero uno di quei piccoli geni che fanno concerti a 3 anni. Quello che volevo era avere il mio impatto sulle cose e cambiarle. Negli anni ’80 la musica aveva una grande influenza, era un linguaggio unificante.

Ma nella sua vita c’era anche altro.

A 15 anni ho iniziato a studiare economia. A scuola sono rimasto folgorato dalla storia della grande inflazione che ha segnato la caduta dell’impero spagnolo. Dopo c’è stata la laurea a Bologna e un master a Londra.

Tutto di pari passo con la musica.

In quel periodo suonavo a tempo pieno, ma con il passare del tempo l’entusiasmo è venuto meno. Nel 2000 ho lasciato i Modena City Ramblers e sono tornato a dedicarmi all’economia creativa. Nel frattempo ho vissuto da vicino l’evoluzione digitale dell’industria della musica.

Deve essere stato difficile separare i due mondi.

C’è voluto un grande sforzo per evitare che il mio percorso finisse per essere schizofrenico. Mi capitava di andare a una conferenza di giorno, per poi salire sul palco la sera stessa. La musica mi ha reso parte del viaggio dell’umanità, ma anche la scienza economica mi ha dato strumenti preziosi.

Un parallelo insolito.

Non direi. Io cerco la capacità di modificare le cose. Sono uno di quegli economisti che studiano il  il mondo per cercare di capire come migliorarlo. Mi sporco le mani.

Sembra il ritratto di un maker.

Io sono nato e cresciuto in un luogo dove i Makers già esistevano da tempo. Solo che non si chiamavano così. Parlo di Modena, che in Italia è il centro della meccanica di precisione. Un tessuto di molte imprese piccole e piccolissime, che esporta tanto ed è diventato un punto di riferimento per il mondo.

Un identikit?

Tutte imprese guidate da persone con un background tecnico conquistato sul campo. Insomma, il mito della rivoluzione tecnologica dell’Emilia anni ’50-’60. Il meccanico con la quinta elementare dalle mani d’oro che parla dialetto. Il loro lavoro era hacking vero e proprio.

Oggi cosa ci rimane?

Qualcosa si muove. Nel 2009 sono stato invitato a Milano da Costantino Bongiorno a un evento dove la gente si trovava per costruire cose. Sono rimasto folgorato dall’atmosfera inclusiva che si respirava. Anche se non sapevo fare nulla venivo coinvolto nel processo creativo.

Una bella fonte di ispirazione.

Ho capito che quella era una carta importante per rigenerare l’economia italiana. Un approccio vivo alla tecnologia. Ma per adesso l’unica analisi di come potrebbe funzionare il movimento dei makers l’ha fatta Cory Doctorow. E c’è voluto un romanzo di fantascienza per raccontare questa rivoluzione.

È ancora troppo presto?

Il movimento dei makers suscita un grande interesse, ma pochi hanno veramente capito di cosa si tratti. È facile vedere gli oggetti che fabbricano, ma non è altrettanto immediato capire come questo tipo di manifattura diventerà la normalità.

Il movimento dei makers verrà assimilato dall’industria?

Considerare questa rivoluzione come un modello di business-as-usual è un grave errore. Basta guardare cosa è successo all’industria musicale. Alla fine degli anni ’90 è implosa perché Internet non era una semplice vetrina virtuale.

Succederà lo stesso anche con gli altri beni materiali?

Man mano che le tecnologie permissive come Arduino diventeranno sempre più diffuse andremo verso un cambiamento radicale. Nessuno ha preso le misure di questo movimento perché non possediamo lo spazio mentale per fare delle previsioni concrete.

Ma prima o poi arriveremo a un equilibrio tecnologico.

Già negli anni ’20 Schumpeter sosteneva che il modello di sviluppo non raggiungerà mai l’equilibrio. Lui la chiamava distruzione creativa: più introduci fonti di innovazione più la competitività aumenta. Insomma, c’è chi entra e chi esce dal sistema economico. Ma non c’è nessuna garanzia che il processo di distruzione cessi in breve tempo.

Più danni che benefici.

Dipende dal punto di vista. L’industria musicale di guai ne ha passati parecchi. Dal ’99 le vendite sono scese in picchiata del 50%. Ma negli ultimi dodici anni grazie alle tecnologie digitali la creazione e fruizione di musica è aumentata in modo vertiginoso.

Le aziende stanno cercando di aprirsi?

Per adesso vedo solo esempi guidati dall’alto. Le grandi aziende mettono a disposizione del cliente interfacce di personalizzazione molto semplici. Puoi giusto andare sul sito della BMW per scegliere il colore degli accessori o il tipo di sella della tua moto. Ma queste non sono cose da Makers. Avere potere di scelta conta poco se si rimane esclusi dal progetto creativo.

Insomma, vietato metterci le mani.

E Chris Anderson ci spiega anche il perché. Il costo del sistema di controllo di un drone è dato per il 65-95% da costi immateriali dovuti alla proprietà intellettuale. Ora, lo stesso vale anche per una comune lavastoviglie. Se costa 400 euro puoi star certo che le componenti verranno al massimo 40 euro. Tanto vale comprarsi i pezzi singoli e invitare gli amici a casa per darti una mano a montarli.

Suona molto bizzarra come idea.

Ma è esattamente il modello di Ikea. Da quando ha preso piede in Europa, comprare mobili e montarseli da soli a casa non è più una stranezza. Perché non dovrebbe valere lo stesso anche per i prodotti elettronici?

Forse serve una tappa intermedia.

Certo, un impresa-maker che vende la sua lavastoviglie da 50 euro in scatola di montaggio non può andare lontano se non ha dei clienti intelligenti. L’idea è che dovrebbe essere lui stesso a organizzare un po’ di workshop per insegnare alla gente come assemblare i pezzi.

Un passo complicato.

Ma necessario, perché un artigiano non può esistere senza una comunità capace di comprendere la sua tecnologia. Se il cliente capisce può fare lui parte del lavoro. Tanto per fare un esempio basta pensare a una persona che si fa fare un vestito su misura. Più ne capisce di taglio, cucito e stoffe più sarà facile spiegare al sarto quello che vuole e ottenere un bel risultato.

Ma purtroppo non funziona sempre così.

Infatti la manifattura di massa non richiede alcun tipo di intelligenza da parte del consumatore. Me ne sono accorto personalmente quando ho dovuto chiamare il tecnico della Whirlpool per la mia lavastoviglie. In pratica la relazione tra l’azienda e me prevede che io sia un completo idiota irresponsabile.

Cioè?

Si era otturato lo scarico e un po’ di acqua ristagnava all’interno della lavastoviglie bloccando il ciclo. Arriva il tecnico, sfodera un cacciavite e rimuove quattro viti che chiudono uno sportello sul fondo. Poi, mi chiede una spugna per asciugare l’acqua. Ma non potevo farlo io?

Già.

No, perché se metto le mani dentro la macchina perdo la garanzia. Evidentemente io, consumatore, sono considerato pericoloso e incapace. Morale della favola, il tutto mi costa 60 euro. Perché di fatto la lavatrice non è rotta, ma è colpa dello scarico otturato.

Con i Makers tutto può cambiare?

Può nascere un nuovo rapporto tra la società e la tecnologia. Una liberazione tecnica e culturale che abiliti la gente a fare le cose. E un modello economico dove i tecnici dialoghino con clienti che sanno leggere un manuale e usare un cacciavite. Perché le persone non sono pezzi di carne con una carta credito.

_
Lorenzo Mannella



Lascia un commento