Riccardo Marchesi: “L’innovazione ce la portiamo addosso”

riccardo_marchesi_p&wRiccardo Marchesi, classe ’62, è un imprenditore di macchine tessili che ha reinventato il proprio lavoro. Con il progetto fiorentino di Plug and Wear si è lanciato in un settore all’avanguardia: quello dei tessuti smart dotati di sensori elettronici. Perché per fare innovazione non basta cucire un chip.

Marchesi, lei da che esperienza proviene?

Sono laureato in ingegneria elettronica e ho iniziato a lavorare da giovane nell’azienda di famiglia. L’aveva fondata mio padre nel ’51 e si occupava di costruire macchine rettilinee per maglieria. Visto che parlavo bene inglese ho iniziato a girare il mondo per vendere i nostri macchinari.

Un business fiorente.

Negli usa abbiamo sfondato vendendo migliaia di macchine per confezionare i colletti delle polo. Ma nonostante tutto, nel 2000 ci siamo resi resi conto che non ce l’avremmo fatta. E nel cassetto c’erano diversi brevetti europei e mondiali. Avevamo investito molto nelle nuove tecnologie.

Che cosa stava succedendo?

Pensavamo che la tecnologia avrebbe ridotto la manodopera e abbassato i costi, ma in realtà le produzioni hanno scelto un’altra strada. Si sono spostate nei paesi dove costa meno produrre. Ci siamo trovati spiazzati.

La soluzione?

Abbiamo deciso di verticalizzare il business. Ma verso il basso. Così ci siamo trovati a utilizzare noi stessi i nostri macchinari per produrre tessuti. Una cosa che non avevamo mai fatto prima d’ora.

Ha funzionato?

In un primo momento ci siamo focalizzati sui tessuti tecnici. Abbiamo fatto diversi tentativi con materiali compositi e tessuti per alte temperature. Ma non bastava, il mercato si stava già saturando.

Ma poi c’è stato il salto.

Un giorno arriva un orafo e ci chiede se riusciamo a tessere un filo d’oro. Bella domanda. Ci abbiamo provato ed è andata bene. Ci siamo riusciti. E abbiamo capito che quella era la strada giusta.

E non si trattava solo di oro.

Abbiamo provato acciaio, rame e altri composti particolari. Con il tempo ci siamo specializzati su tre linee di prodotti. I tessuti per le schermature dai campi elettromagnetici, quelli per interior design e altri ancora per il settore moda.

Avete anche dei tessuti intelligenti.

Sì, verso il 2007 abbiamo iniziato a investigare possibili soluzioni per il settore smart textile. Ovvero, tessuti dotati di elementi capaci di scambiare informazioni tra un computer e il mondo esterno. E viceversa.

Di che si tratta precisamente?

Per esempio, di sensori sensibili alla pressione. Il tessuto capisce se viene toccato e invia dei segnali a un microcomputer. Poi ci sono anche tessuti luminescenti e altri sensibili all’acqua. Basta una goccia di liquido per attivarli.

E fare qualsiasi cosa.

Certo, ma prima bisogna capire a chi potrebbe essere utile. Così nel 2008 abbiamo deciso di metterla su internet e aprire uno shop online. Ci serviva un punto di riferimento dove intercettare designer, artisti e creativi. È così che è nato Plug and Wear.

Vendete solo prototipi singoli?

Siamo anche interessati alla dimensione industriale. Cerchiamo applicazioni per prodotti che vengano anche prodotti in serie. In questo campo stiamo lavorando nel medicale e nelle tecnologie per la riabilitazione.

Qualche esempio?

Realizziamo dei sensori di posizione lunghi circa due metri che si collocano sotto il letto per monitorare la postura dei pazienti. In questo modo è facile capire se bisogna intervenire per evitare le piaghe da decubito.

Ma c’è altro.

Realizziamo anche sensori utili per la riabilitazione delle persone colpite da ictus ed emiparesi. Si tratta di una cuffia smart calzata sulla mano che registra i movimenti dell’arto. In questo modo si possono registrare e mostrare i progressi nella ginnastica riabilitativa. Per i pazienti è importante capire che gli esercizi possono essere d’aiuto. È uno stimolo psicologico a non lasciarsi andare.

Per progetti del genere serve una buona preparazione.

Possiamo appoggiarci a chi fa ricerca. Grazie allo studio di una ragazza laureata a Firenze abbiamo pensato a dei sensori da applicare alle carrozzelle di persone affette da ipertonia. Per loro è molto difficile percepire la propria postura, e più questa è sbagliata più le condizioni di salute peggiorano.

State lavorando a un prototipo?

Abbiamo fatto degli esperimenti e stiamo perfezionando l’idea. Ora non resta che cercare un fabbricante che le implementi nella propria linea di prodotti. Gli interlocutori sono necessari, non possiamo andare sul mercato con le sole nostre forze.

Avete trovato la vostra strada.

Penso sia questa la direzione da seguire. Ricerca e innovazione sono le linee di lavoro in cui investiamo di più. Oggi siamo in cinque a Plug and Wear, tutti ripartiti da zero per capire quali tessuti potrebbero interessare università e laboratori all’avanguardia.

L’Italia è pronta per questo genere di prodotti?

Si inizia a muovere qualcosa nel settore industriale, anche a livello di Internet of Things. Ma per il resto abbiamo a che fare con realtà molto lente a percepire il cambiamento. Noi per fortuna riusciamo a entrare in contatto con chi vuole realizzare prodotti innovativi a tutti i costi. Bisogna osare. Diciamo che le cose vanno molto meglio all’estero. Ma è sempre stato così.

E sarà sempre così?

Non c’è una regola precisa. L’unica cosa certa è che esistono più soluzioni tecnologiche allo stesso problema. Un tessuto può essere migliore di un altro in certi ambiti, ma se non si riesce a sviluppare un prodotto insieme all’industria non si arriva molto lontano.

Quindi tutto sta nel trovare i contatti giusti.

L’approccio business-to-business per ora è l’ideale. Permette di personalizzare al massimo i prodotti, ma manca ancora qualcosa. Al momento, per esempio, non esiste nessun grande produttore di connettori per smart textiles. Insomma, manca un’intera filiera di base che renderebbe più competitivo il nostro lavoro.

Non è così facile realizzare tessuti smart.

Esistono due filosofie a riguardo. La prima è: appiccico una scheda dentro un tessuto e via. Il secondo, il nostro, si spinge oltre. Noi creiamo e lavoriamo su prodotti dove i fili connettori sono integrati direttamente nel tessuto.

Per fare innovazione ci vuole stoffa.

L’industria tessile è vastissima, e non sempre è facile far conoscere le nuove tecnologie. In giro abbiamo visto molte buone idee che si fermano e non riescono andare avanti. Noi vogliamo farcela. Certo, per ora restiamo con i piedi ben piantati per terra. Ma presto ci piacerebbe sporgerci un po’ e andare oltre. Le idee qui non mancano.

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Lorenzo Mannella



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