Giorgio Olivero: “Nel segno di Arduino”

Giorgio OliveroGiorgio Olivero, classe ‘75, è un interaction designer di Torino. È co-fondatore di ToDo, lo studio di progettazione che si occupa del re-design di Arduino. Perché anche le realtà open source meritano di essere illuminate dalla luce giusta.

Olivero, per voi di ToDo cos’è l’interaction design?

Come nome del nostro studio abbiamo scelto un verbo: to do. Fare. L’interaction design ha come centro di interesse processi, relazioni e comportamenti. Un tipo di percorso che dà forma a elementi di interazione tra persone, spazi e prodotti.

A ogni livello?

Certo. Con ToDo, per esempio, ci occupiamo di progetti partendo dal concept per arrivare al prodotto finale che realizziamo grazie alle nostre competenze tecnologiche a tutti i livelli. Oggi negli studi di design serve un bel mix di competenze.

Come è nata la passione per Arduino?

Ho conosciuto Massimo Banzi a Ivrea, dove era mio professore di Physical Computing. Era il 2004. È stato straordinario scoprire che la tecnologia poteva essere semplice e accessibile. Spesso il mondo dell’elettronica taglia fuori le persone comuni. Ma il successo di Arduino dimostra che è possibile abbattere le barriere.

L’importante è saper comunicare con chiarezza.

Il mondo dell’elettronica ha sofferto a lungo a causa di sistemi molto difficili da utilizzare. Per fortuna le cose sono cambiate. Non è un caso che a Ivrea abbia insegnato anche Casey Reas, l’ideatore del progetto Processing. In pratica, il software avo di Arduino.

Di cosa si tratta?

È una piattaforma che permette a noi designer di rivoluzionare il concetto stesso di interaction design. Prima era impossibile per un designer pensare di poter lavorare direttamente con software ed elettronica, ma con Processing e Arduino le cose sono cambiate. Il trionfo del learning by doing, il pensare con le mani.

Un passo fondamentale.

Se progetti qualcosa e non hai la possibilità dimanipolarlo in prima persona, non puoi certo essere produttivo e creativo. Nella cassetta degli attrezzi degli interaction designer c’è anche bisogno di strumenti per sperimentare. Dalla programmazione fino all’elettronica e ai sensori.

Arduino è nato così.

Sì, e la sua storia è andata avanti fino a oggi. Due anni fa ci siamo resi conto che il progetto era cresciuto a tal punto da richiedere una nuova maturità nella comunicazione.

Da dove siete partiti?

Dovevamo definire un centro per la galassia che si articola intorno ad Arduino. In un mondo dove tutto è open e chiunque può far partire un progetto parallelo, come prima cosa serviva un marchio forte. Una garanzia di qualità e affidabilità. Ma è stato solo il primo passo.

Desing a più livelli.

Certo, perché l’interazione con una componente tecnologica è legata anche a esperienze articolate che vanno oltre il prodotto fisico. Basta pensare a tutta la documentazione necessaria a capire come imparare a usare Arduino. Il tutto deve essere facilmente accessibile e comprensibile.

E distinguibile.

C’era bisogno di una identità visiva che rendesse Arduino riconoscibile ovunque. C’era la necessità di definire un’identità di prodotto. Ecco perché abbiamo sviluppato un logo che doveva soddisfare una serie di requisiti.

Quali?

Tre sono gli elementi che caratterizzano il progetto Arduino: una scheda con un microcontrollore, un ambiente di sviluppo software e, soprattutto una vibrante community. I loghi precedenti avevano un forte richiamo all’estetica dei circuiti stampati. A noi sembrava davvero sbagliato e riduttivo. Abbiamo invece scelto un segno, l’infinito, che rappresenta una community capace di rigenerare il progetto giorno dopo giorno.

Perché Arduino è più di una semplice scheda elettronica.

Arduino è un enabler, una chiave per sbloccare opportunità e competenze. Tutto in un’ottica di proiettare i propri progetti nella realtà. È un computer, sì, ma non viene usato per consumare contenuti. Piuttosto, per produrli.

Quali sono gli altri punti di forza?

Il fatto di essere made in Italy e di essere a impatto zero. La produzione di Arduino compensa le emissioni di CO2 e riducendone l’impatto ambientale. Penso sia un modello di sviluppo su cui puntare.

C’è chi non ci presta molta attenzione.

Le lavorazioni legate all’elettronica possono avere un impatto devastante. Come altre schede cloni di Arduino prodotte a basso costo in Cina. Arduino invece è fatto qui in Italia, dove il lavoro è pagato in modo ragionevole e la produzione è giusta e sostenibile. Quando si guarda al futuro non si può farlo con sguardo miope.

Serve un approccio coerente.

Già, se abbiamo a che fare con un prodotto open source sarebbe auspicabile che anche la produzione dell’hardware segua criteri corretti. Il processo industriale non può essere una scatola nera, un cappello da prestigiatore da cui saltano fuori conigli bianchi. A un prodotto open serve una filiera open.

Arduino ci sta riuscendo.

Si sono mossi bene, e la combinazione di capacità e volontà li ha premiati al momento giusto. Proprio quando il mondo ha mostrato interesse per il Physical Computing. Per noi di ToDo è davvero interessante collaborare al progetto Arduino. Dopo tutto, lo utilizziamo tutti i giorni.

Un consiglio per i progetti open source?

Hardware e software open hanno un problema: comunicano poco e male verso l’esterno. Può essere il prodotto più bello degli ultimi dieci anni, ma se non riesce a raggiungere le persone non andrà lontano. Certo, molti sviluppatori si accontentano di colonizzare nicchie isolate, ma non basta. Perché nelle nicchie hai sempre e comunque le spalle al muro.

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Lorenzo Mannella



1 commento
  1. Giorgio scrive:

    TED-dy gooD!

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