Massimo Menichinelli: “Non basta il progetto, ci vogliono le comunità e il fare impresa”

massimo-menichinelliMassimo Menichinelli, spezzino emigrante classe ’80, studia come i Makers possano aiutare la società. Dopo una tesi scritta nel 2005, ha aperto un blog sul tema del community design e ha iniziato a seguire l’evoluzione del fenomeno. Oggi è PhD student presso l’università Aalto in Finlandia dove coordina le attività e le collaborazioni di un FabLab.

Menichinelli, lei si occupa di un tema molto particolare.

Sì, di come il design delle community possa aiutare i territori e le città a svilupparsi. Io ho studiato industrial e service design e per il mio progetto di tesi ho studiato come facilitare il funzionamento delle comunità locali.

In che modo?

Servendomi di strumenti strategici per semplificare le comunità a farle collaborare con dinamiche open source e peer-to-peer. Nel 2006 ho cercato di andare avanti con le mie ricerche ma era quasi impossibile.

Come mai?

L’idea di utilizzare il design per venire incontro alle necessità di città e territori era ancora confinato nel mondo della ricerca. Al contempo, l’idea di adottare dinamiche open source era visto come una pratica pericolosa se non illegale nel mondo del design. E solo allora iniziavano a uscire le prime pubblicazioni su questo tema come “Wikinomics” e “Crowdsourcing”.

Campi inesplorati.

Era ancora troppo presto affinché queste idee si diffondessero e generassero un reale interesse. Così ho deciso di partire da solo e ho aperto un blog. Ho iniziato da zero, imparando le basi di html e css invece che adottare un servizio pronto. L’importante non è solo fare ma anche imparare a fare.

E ha trovato la sua strada.

Sì, con un semplice blog sono riuscito a tenere workshop e lecture in giro per l’Europa ma anche in Corea del Sud, Singapore, Messico: una prova fondamentale della potenza del Web nel facilitare i progetti emergenti. Da qualche tempo il blog si sta trasformando in una comunità: lo stiamo attualmente riprogettando ed il processo è open source, quindi chiunque può partecipare.

A tutti i livelli.

Certo, il punto importante dell’approccio Open P2P Design sta nell’aiutare le persone a organizzarsi in maniera open in comunità che collaborano attivamente. L’attività della comunità può cambiare, il focus sta nei processi e nelle forme organizzative che sono open e peer-to-peer. È un modello che si può applicare in qualsiasi ambito.

Qualsiasi?

Se parliamo di servizi pubblici allora si tratta di Open Government, se parliamo di cinema diventa Open Movie, se parliamo di ricerche scientifiche si arriva anche alla Open Biotechnology. Infine, se parliamo di design di prodotti, interni o moda si tratta di Open Design.

Fino al caso dei Makers.

Esatto. Non necessariamente tutti i Makers adottano filosofie open, ma queste sono comunque molto presenti e fondamentali sulla scena. Un designer che adotta processi di Open Design diventa automaticamente un Maker e ritorna in contatto con tutti i processi necessari a sviluppare un progetto, non solo quelli digitali ma anche quelli manuali, per non parlare del business.

Già, non è un passaggio scontato.

Direi che tutto è iniziato grazie a un progetto di open design messo in piedi dal MIT sul finire degli anni ’90 e che si chiamava Thinkcycle. Era un progetto accademico ma non di pura ricerca: era totalmente basato su attività progettuali collaborative e con un impatto reale. E non era il classico approccio riduttivo all’open source “mettiamo tutto online, poi si vedrà”. Si trattava di una piattaforma connessa ad una rete collaborativa globale.

Che tipo di rete?

Una rete composta da varie ONG attive nel continente africano ed in America Latina. Il progetto mirava a risolvere dei problemi concreti. Uno dei migliori esempi riguarda il problema: come trovare un rimedio efficace per salvare le persone dalle epidemie di colera? Gli studenti del MIT hanno utilizzato la piattaforma per comunicare con le comunità locali e collaborare tra di loro per risolvere questo tipo di problema in maniera open.

Che tipo di soluzione hanno trovato?

In genere basta una terapia di idratazione per prevenire la morte, ma le apparecchiature mediche controllate da computer arrivano a costare anche 2000 dollari. Ma gli studenti di Thinkcycle hanno trovato un’altra soluzione mettendo insieme le competenze di designer, tecnici e medici. Il loro nuovo device costava poco più di un dollaro.

Un vero successo.

Che non sarebbe stato possibile senza la rete di relazioni alla base del progetto. La dimensione sociale è importantissima, e non va intesa solo in senso etico ma anche nel senso delle persone, delle comunità che formano e delle interazioni che hanno con altre realtà, incluse le imprese. Costruire reti sociali è fondamentale per sviluppare un progetto. Se vogliamo riassumere il tutto con una battuta, l’Open Design serve a farsi moltissimi amici.

In qualsiasi campo.

Certo, serve un riscontro immediato. Threadless per esempio è una impresa americana che raccoglie proposte per il design delle T-shirt che produce. Se la tua idea raggiunge un minimo di voti allora viene prodotta. In questo modo sanno che là fuori c’è qualcuno pronto a comprarla direttamente e non ci sono sprechi. Non si tratta di Open Design in questo caso, ma il principio è lo stesso: bisogna comunicare con i propri utenti, i mercati sono conversazioni.

Le idee si vendono da sole.

Non sempre. Può esserci anche una fulminazione, ma un genio che trova una grande idea poi la deve mettere in atto ed interagire con i vari attori che lo possono aiutare nel processo di creazione. Studiando design capisci che spesso viene messa molta enfasi nella stesura del progetto ma non nella sua realizzazione. È una componente importantissima, eppure scarseggia nell’educazione di un designer.

Tra il dire e il fare.

Si gioca tutto lì. Non basta avere il progetto perfetto se non riesci a presentarlo e distribuirlo bene. Non basta fare un blog, se non costruisci una rete sociale attorno. Un insegnamento importante che sto traendo dai paesi scandinavi è l’attenzione alla pratica. Serve a formare teorie, e le teorie aiutano a capire meglio la pratica.

È un fattore che ha aiutato molto la creatività?

In Finlandia si dá molta importanza a realizzare soluzioni, magari in modo anche artigianale. Anche chi lavora su servizi digitali passa per la pratica del realizzarli. Basta questo per evitare che nella testa si formino dei compartimenti stagni. E poi è una società molto individualista ma che quando collabora lo fa con profonda convinzione e senza cercare il ritorno immediato. Non è un caso che Linux sia nato qui in Finlandia.

Il nostro opposto.

L’Italia forse sta perdendo sia l’approccio artigianale e pratico che la dimensione collaborativa. In parte però li abbiamo riscoperti grazie ad Arduino. Ci sono tante persone appassionate di elettronica che magari lavorano nei loro garage e che grazie ad Arduino stanno formando una comunitá.

Riescono a collaborare?

Sì, nel mondo Maker italiano si collabora. Ma è una realtà che sta ancora emergendo e spesso si scontra con la mancanza nel mondo esterno di disposizione a collaborare. Ma la collaborazione è fondamentale, soprattutto per l’ecosistema dei Makers.

Per arrivare a un traguardo.

Già, del tipo: come trasformiamo il progetto da digitale in reale? Fino a qualche anno fa c’era la possibilità di condividere file e informazioni, ma era molto difficile tradurli in realtà. La digital fabrication ha seguito proprio questa strada. Da un mondo chiuso, iperprofessionale e ad alta intensità di capitali siamo arrivati ad avere una importantissima componente DIY, open source e basata su comunità.

Con risultati evidenti.

Si è formata una rete di collaborazioni nello sviluppo di stampanti 3D open source prima con RepRap, poi con Makerbot e Ultimaker. In particolare, Makerbot si è sviluppata a tal punto che ha ricevuto 10 milioni di dollari di investimento dai Venture Capital. Ora si ritrova con 50 dipendenti e continua ad assumerne di nuovi.

Ha tutta l’aria di una piccola industria.

Sì, ma nel loro caso fare un sacco di soldi non è il fine ultimo. E ad ogni modo, il lato business è sempre importante per qualsiasi progetto, e non va inteso nel senso “come faccio un sacco di soldi?” ma “come posso rendere sostenibile il mio progetto e continuare a lavorarci? Dove trovo le risorse?”. Sono domande che dovrebbero farsi tutti.

Ci sono dei luoghi comuni.

Il mito del faccio tutto da solo è fuorviante e poco reale. È impossibile saper fare proprio tutto in una società così complessa e connessa come la nostra. Servono capitali finanziari ma anche sociali. Servono accesso agli strumenti ed anche un bagaglio di conoscenze. E non importa che tu lo apprenda dentro o fuori dall’università.

Che altro?

La stampa 3D non significa che basta premere un bottone per far uscire fuori un oggetto bello e finito. La 3Dsystem ha provato a mettere in commercio un kit “for dummies” e patinato sui mercati, Cubify. Le reazioni sono state negative.

Cosa mancava?

Non tenevano in conto la necessità di avere una community alle spalle per condividere ed imparare in modo collaborativo. Gli utenti non sono solo consumatori a cui vendere la plastica da stampare. Inoltre l’idea era che in casa puoi costruire di tutto. Ma per materiali tipo oro, acciaio e vetro ci vogliono macchine costose che solo grandi imprese come Shapeways hanno, e che non sopravviverebbero senza i finanziamenti dei Venture Capital.

Non è certo alla portata di tutti.

Una strategia per democratizzare l’accesso a queste tecnologie è quella di investire in spazi comuni. Luoghi dove condividere e imparare. Proprio come gli hackerspace, i sewing cafè e i FabLab. E poi servono anche dei network che li mettano in comunicazione tra di loro, una dimensione su cui i FabLab sono nettamente in vantaggio. Entrare a far parte della loro rete significa collaborare ed apprendere insieme ad altri laboratori sparsi per tutto il mondo. Tutto si sviluppa in modo molto aperto ed informale: i requisiti sono pochi e non bisogna chiedere il permesso.

Un community trasversale.

Molti pensano che la fabbricazione digitale sia solo digitale, automatica, pulita, completa. Ma in realtà ha molto più l’aspetto della fabbricazione vera e propria. La definizione migliore sarebbe di artigianato digitale. È come diventare un artigiano che lavora a stretto contatto con la tecnologia e la utilizza al meglio per il proprio progetto: solo che in questo caso la tecnologia è digitale.

Ormai qui non usa quasi più.

In Italia l’idea generale del concetto di artigianato è o che sia in via di scomparsa o che sia legato a produzioni di lusso. In realtà la dimensione artigianale italiana è molto più variegata, anche se la parte non professionale è in declino. Ad esempio la riparazione dei propri oggetti quasi non esiste più.

Perché?

L’idea imposta dalle imprese è: costa di meno ricomprarlo nuovo. Basta andare in Spagna e le cose cambiano. A Barcellona le istituzioni locali hanno aperto uno spazio pubblico dove i cittadini vanno per imparare a riparare i propri oggetti. Le parole d’ordine sono: siamo in una fase di crisi economica ed ambientale, non possiamo permetterci di sprecare risorse economiche ed ambientali.

Esistono altri esempi simili?

Qui in Finlandia si stanno sviluppando concetti simili, e soprattutto la rete delle biblioteche civiche della regione metropolitana di Helsinki è molto interessata al tema e stiamo collaborando in questa direzione. Hanno scoperto che gli utenti non si limitano a consumare media, ma ora vogliono supporto per produrre contenuti e progetti.

In che senso?

Alle persone non basta prendere in prestito un libro, un dvd o un manuale. In molti iniziano a chiedere gli strumenti per fare editing video, o stampare oggetti e sviluppare un proprio progetto. Visto che a casa strumenti del genere ancora non si trovano molto facilmente, interviene la biblioteca. Inoltre si tratta di uno spazio pubblico dedicato alla dimensione sociale della conoscenza: naturale che si interessino all’Open Design.

E crea ricchezza.

Soprattutto in un paese come la Finlandia, che resta ancora legata al posto fisso e dove il welfare state è fondamentale. Ma se la Nokia scricchiola mette a rischio il 20% del prodotto interno lordo del paese: troppo rischioso. Ecco perché lo Stato e le università stanno spingendo affinché nascano molte startup. Bisogna andare avanti e inventarsi nuovi lavori. Anche in questo senso, il FabLab è inteso come un bene al servizio della comunità.

Qui è tutta un’altra storia.

In Italia se fai qualcosa non è “grazie a”, ma “nonostante” oppure “anche se tutti sono contro”. Sarà anche una buona palestra, ma qualche facilitazione ci vuole. E troppo spesso idee innovative vengono ignorate o disprezzate proprio per le novità che possono portare. Altrimenti si finisce per mollare o andare all’estero, come nel mio caso.

Soluzioni?

Dobbiamo creare l’ecosistema adatto. L’idea delle startup a 1 euro mi sembra un buon inizio, ma poi una parte del sistema deve essere ripensata. Se non ci sono prestiti o mancano i servizi di supporto si rischia di agire al limite della sopravvivenza.

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Lorenzo Mannella



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