Paolo Ceretto: “Bocciofila 101”

paolo cerettoPaolo Ceretto, classe ’79, è un regista indipendente di origine torinese. Insieme al collega Alessandro Bernard ha rintracciato i due progettisti che hanno costruito la Programma 101, il primo personal computer al mondo. Era il 1965. La loro storia ora è un documentario: “Quando Olivetti inventò il PC”.

Ceretto, perché proprio la storia della Programma 101?

Perché era una storia dimenticata, di cui neppure io avevo mai sentito parlare. Vivo e lavoro a Torino e conosco il passato della Olivetti. Ma la P101 l’ho scoperta leggendo un articolo su giornale del posto.

Che effetto le ha fatto?

All’inizio mi è sembrata una cosa da prendere con le pinze. Il primo PC è stato davvero costruito qui in Italia? Bisognava indagare. Mi sono attivato insieme ad Alessandro e abbiamo scoperto che era tutto vero.

Come vi siete mossi?

Dopo qualche ricerca siamo entrati in contatto con i due vecchi progettisti della P101, Gastone Garziera e Giovanni De Sandre. Abbiamo subito capito che alle spalle c’era una storia interessante. Siamo nel 1965, agli albori dell’informatica, dove l’immaginario comune era molto diverso da quello di oggi.

In che senso?

Quello dell’informatica era visto come un mondo dominato da poche persone e popolato da enormi mainframe inaccessibili. Insomma, l’opposto di oggi. La scienza dei computer era molto centralista, tutta in mano ai militari e ai grandi laboratori scientifici.

Uno scenario davvero particolare.

Infatti più che una storia d’informatica volevamo raccontare la società e il suo punto di vista sulla faccenda. Quelli erano gli anni del boom della fantascienza. C’era un vero clima di paura. La gente era terrorizzata e pensava che i computer avrebbero dominato il mondo.

In tutto questo, entra in gioco la P101.

La Programma 101 ha portato un’idea diversa di computer. Era uno strumento piccolo e facile da usare e disponibile a una cifra accettabile. Era la metafora perfetta della nuova accessibilità dell’informatica.

Una vera rivoluzione.

In quegli anni la società ha vissuto il boom delle macchine per il calcolo, che prima di allora non avevano mai avuto mercato. Da lì in poi, chi voleva un calcolatore aveva possibilità di comprarselo. Da strumento nelle mani di governi e aziende il computer si è trasformato in simbolo di partecipazione al progresso.

Si è aperta un’era.

Sì, perché avere un programma tra le mani permetteva a tutti di modificarlo. È il succo dell’idea di informatica come risorsa plasmabile. Un po’ come succede oggi con Arduino, che ha facilitato l’interazione con l’ambiente robotico. Non sorprende che entrambi siano progetti nati a Ivrea.

Un bel parallelo.

Già, entrambi hanno reso un mondo di nicchia più accessibile a tutti. Io e Alessandro abbiamo deciso di parlare della P101 attraverso le interviste ai due tecnici che hanno lavorato a fianco del progettista Pier Giorgio Perotto.

Un taglio particolare.

Ci piaceva l’idea di raccontare questa grande storia da un punto di vista personale. Si tratta di persone geniali ma allo stesso tempo normalissime lontane dall’essere dei guru dell’informatica. E poi, hanno assaporato anche il gusto sconfitta.

Cosa è successo?

La P101 è l’esempio della doppia anima italiana. Un progetto portato avanti solo da un gruppo isolato di progettisti. Già, perché la Olivetti aveva appena svenduto la sua divisione elettronica agli Stati Uniti. Il periodo illuminato sotto Adriano Olivetti era appena tramontato.

Era un innovatore.

E tutti lo guardavano come un pazzo. Dopo la sua morte è intervenuto il gruppo di salvataggio che ha cancellato la divisione elettronica. Se non avessero preso quelle scelte forse saremmo stati un paese diverso.

La P101 si è trovata in mezzo al nulla.

Ha avuto un successo momentaneo soprattutto all’estero, ma l’azienda dopo la morte di Olivetti non era più la stessa. Basti pensare che i 3 progettisti hanno praticamente costruito la 101 all’insaputa dei nuovi vertici aziendali, che quando si trovano di fronte al primo personal computer lo giudicano un “prodotto senza futuro”. Due anni dopo l’HP copierà la 101 e sarà costretta a pagare all’Olivetti 900.000 dollari per averne violato i brevetti. Poi come è andata lo sappiamo tutti.

Una storia che vale la pena raccontare.

Negli archivi Olivetti abbiamo trovato cose assurde. Basta dare uno sguardo allo spot della P101 per capire che rappresentava molto di più che il primo PC mai costruito. Era il simbolo di una rivoluzione che ha cambiato il mondo.

Eravamo solo nel 1965.

E sullo schermo si vedeva un uomo che utilizza una P101 sul bordo di una piscina. Un’altro se la mette sul comodino prima di andare a dormire. Una profezia visionaria. Basta pensare a cosa sono diventati per noi gli smartphone. Oggi leggiamo le email ovunque.

Impensabile a quel tempo.

Il rapporto tra l’uomo e la tecnologia era molto differente. Negli anni ’80 il PC faceva ancora tanta paura. In molti pensavano che fosse uno strumento freddo al servizio dei burocrati. Un’idea molto lontana dallo spirito dei giorni nostri.

Avete aperto una finestra su un’intera epoca.

Sì, abbiamo attinto materiali da molti archivi. Volevamo raccontare l’informatica di quegli anni, offrire testimonianze. Tutto con un respiro molto internazionale visto che il documentario doveva fare il giro del mondo.

A chi avete dato spazio?

Abbiamo intervistato Bruce Sterling, Federico Faggin, Tom Boellstorff e Gordon Bell. Tutti nomi interessanti per dare una spinta in avanti e guardare verso il futuro. Non a caso la pubblicità della P101 parlava del do-it-yourself computer.

Un filo diretto con i Makers.

Ma alla fine abbiamo capito che i due progettisti la vedevano in modo diverso. A loro piaceva smanettare. Tutti i discorsi sulle implicazioni politiche dell’informatica in quegli anni non esistevano. C’era solo la passione tecnica del fare le cose.

E nulla è cambiato per loro.

A sorprenderci è stata soprattutto una cosa. La loro semplicità. Sapevano di aver costruito un prodotto che apriva la strada, ma lo avevano fatto perché sembrava la cosa più ragionevole al mondo. I computer semplificano il lavoro umano.

Dritti al punto.

Oggi tendiamo a vedere la faccenda in modo più complicato, ma a quel tempo il messaggio era semplicemente questo: i computer migliorano la qualità della vita. E per loro è ancora così. Nel documentario li abbiamo seguiti un mercoledì pomeriggio qualsiasi. Si ritrovano nel laboratorio del museo di Ivrea con altri vecchi dipendenti della Olivetti e aggiustano le P101.

Una sorta di FabLab.

O una bocciofila tecnologica. Osservando queste scene abbiamo capito che il far rivivere un’epoca attraverso la storia personale di qualcuno significa anche rispettarla. In un finale ipotetico avremmo voluto che la storia della 101 si concludesse con un accenno ad Arduino, una sorta di passaggio del testimone e uno sguardo al futuro. Ma alla fine non è stato possibile, anche se Arduino lo abbiamo comunque utilizzato nella scena in cui il gruppo di progettisti Olivettiani cerca di collegare una Programma 101 ad Internet.

Le due storie hanno molto in comune.

Arduino oggi permette di fare cose impensabili fino a pochi anni fa. Ci stiamo lasciando l’epoca della tecnologia a scatola chiusa alle spalle. La P101 invece ha definito il ruolo del personal computer nell’immaginario collettivo. Ha democratizzato l’informatica, e questo dovrebbe essere un motivo di orgoglio nazionale. Eppure, è difficile sentirne parlare in televisione.

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Lorenzo Mannella



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