Zoe Romano: “San Precario aiutaci tu”

Zoe RomanoZoe Romano è una media activist con un occhio di riguardo per l’open source. Nel 2005, insieme a un gruppo di lavoratori della moda, ha ideato il marchio collettivo Serpica Naro per portare sotto i riflettori la condizione dei precari del settore a Milano. Oggi con il progetto Openwear cerca di ritagliare un ruolo su misura ai creativi del settore

Romano, lei da dove trae ispirazione?

Da circa 10 anni sono coinvolta nell’attivismo sociale e ho iniziato a occuparmi delle nuove figure lavorative a partire dal 2000. Già allora avevamo intuito cosa ci saremmo trovati di fronte oggi: contratti precari, erosione dei diritti e insicurezza economica.

Avevate le idee abbastanza chiare.

Nessuno parlava di lavoro da una prospettiva che ci interessasse e tantomeno riusciva a rappresentarci in qualche modo. Frequentavo parte dei centri sociali più attivi in quel periodo, ed è stato lì che abbiamo pensato di dare vita a un collettivo incentrato sulla comunicazione e i diritti sul lavoro.

In particolare nel mondo della moda.

È un settore difficile per chi ci lavora. Non solo per gli operai tessili, ma anche per i grafici, i designer e i comunicatori. Nel settore creativo il lavoro indeterminato non è un imperativo. Molti preferiscono essere freelance. Ma qui da noi non esiste il sostegno al reddito per i lavoratori intermittenti come nel resto d’ Europa.

Una situazione particolare.

E’ complesso un sentire comune nella frammentazione del lavoro creata dalla precarietà. Così abbiamo deciso di dotarci di un’identità riconoscibile attingendo dalla cultura dei simboli italiani. Visto che tutti portano con sè un santino nel portafoglio, abbiamo deciso di creare un Santo protettore anche per noi precari.

E così…

E’ nato SanPrecario. Nel 2004 lo abbiamo portato in processione alla May Day Parade di Milano. Tutto è iniziato da lì. L’anno successivo abbiamo deciso di raccontare il lavoro precario nel mondo della moda. E volevamo farlo durante un evento ufficiale.

Del tipo?

Abbiamo puntato alla settimana della moda di Milano. Visto che molti di noi lavoravano come creativi di grandi fashion brand l’idea è nata spontanea. Creiamo il nostro marchio e utilizziamolo per farci ammettere all’evento. Insomma, come una specie di cavallo di Troia.

Un piano machiavellico.

A quel punto dovevamo inventarci una stilista fittizia. Abbiamo anagrammato San Precario ed è nata Serpica Naro. Mezza inglese, mezza giapponese. Giusto per confondere le acque. Nella fase successiva ci siamo spinti oltre.

Ovvero?

Fingemmo che Serpica volesse realizzare una sfilata undergound affittando un centro sociale. Un bell’affronto. Così il movimento di San Precario le ha dichiarato guerra. Le avrebbe impedito di organizzare qualsiasi evento in città. La stampa si è subito interessata alla cosa.

E poi?

Abbiamo pubblicato un finto sito in cui oltre a dare spazio a Serpica pubblicavamo vere interviste a stilisti giovani. Alla fine il marchio è stato accettato dalla Camera della Moda e inserito nel calendario ufficiale. A quel punto abbiamo allargato il cerchio delle collaborazioni arrivando a circa 200 lavoratori della moda che hanno agito in complicità con noi per creare l’evento: tendone in affitto, autoproduzioni di moda e video promozionali. La nostra rivincita.

Come è andata?

Abbiamo fatto sfilare una decina di capi allegorici che esprimessero la precarietà vissuta sulla nostra pelle. Poi il movimento di San Precario è entrato in sala, fingendo l’incursione. A quel punto abbiamo spiegato ai giornalisti che Serpica non esisteva e il senso di tutta l’operazione.

Ma non è finito tutto lì.

Ci siamo resi conto di aver creato un processo collaborativo molto potente che aveva coinvolto tanti piccoli produttori e non volevamo andasse perso. Così abbiamo dato vita a un’associazione culturale per supportare le autoproduzioni e diffondere il piacere nel “fare”. Abbiamo poi lavorato alla licenza per liberare il marchio Serpica Naro che avevamo dovuto registrare per la settimana della moda. Tre anni dopo tutto questo lavoro è stato riutilizzato in Openwear.

Di che si tratta?

È un progetto nato grazie ai fondi dell’EU e al lavoro di 5 partner europei. Ci ha permesso di sperimentare a livello più istituzionale cosa significa liberare un marchio. Infatti nel mondo della moda i cartamodelli non sono protetti da copyright, ma il marchio è protetto dal trademark. In pratica è possibile riprodurre qualsiasi taglio, ma è vietato replicare un brand.

Mentre nel vostro caso è diverso.

Chi entra a far parte di Openwear può usarne anche il marchio rispettando la licenza per produrre (modificare, se lo si desidera), e vendere i capi della collezione collaborativa, che rappresentano i commons della community. Vogliamo puntare sulla filiera cortissima mettendo in rete i piccoli produttori che possono supportarsi in un ambiente collaborativo basato su un’economia della reputazione tipica dei sistemi aperti.

Ma così non si producono solo delle copie?

Affatto, e comunque la moda è sempre un copiarsi a vicenda, un prendere ispirazione dalle cose fatte in passato da altri, rinnovandole a partire dal proprio stile.

Un ambiente protettivo.

Si tratta di dare visibilità e favorire relazioni tra piccoli innovatori che se isolati, riuscirebbero con più difficoltà a diventare sostenibili.

Fin dove si spinge questa collaborazione.

Ovunque, dalla fotografia per i modelli fino al design di siti web e shop online. È uno scambio di conoscenze e condivisione di processi. Solo così si può far funzionare la long tail della creatività e si riesce a mettere sul mercato un tipo di artigianato di qualità mantenendo i prezzi accessibili.

Tutto dipende dal modello di business.

Vogliamo stimolare la nascita di nuovi modalità per la creazione di moda che facilitino lo sviluppo di piccoli produttori. Ed oggi la formazione continua ha un’importanza fondamentale. Nell’autoproduttore contemporaneo non c’è più una divisione netta tra l’essere artigiano, insegnante e consulente. La sostenibilità economica la si raggiunge proprio con un mix di attività e in questo contesto è sempre utile sapere cosa fa il tuo vicino di casa.

Un’occasione per mettere in comune qualcosa.

Con Openwear vogliamo favorire la nascita di forme collaborative come l’acquisto collettivo delle materie prime. In questo modo tanti piccoli produttori in rete possono ricevere facilitazioni di prezzo acquistando, per esempio, grandi metrature di tessuto personalizzabile poi con stampanti in condivisione.

E magari cambiare il modo di pensare la distribuzione.

Certo, dopo tutto anche i grandi marchi lavorano molto sulla logistica. La studiano al millimetro. Perché non ragionare in termini di condivisione di spazi, magazzini e laboratori anche per piccoli produttori. O magari abbandonare il modello delle collezioni stagionali e avviare una produzione on demand su un catalogo di modelli riproducibili in diverse occasioni.

Un business su misura.

E aperto alle contaminazioni. Diventare sostenibili da soli con i propri 1000 fan è possibile ma complesso. Servono strumenti nuovi. La tecnologia può essere utile, con un laser posso tagliare feltro, pelle e altri materiali che prima non avrei potuto immaginare. Con le stampanti 3D si possono prototipare accessori con una rapidità che prima non era possibile, e poi si impara sempre qualcosa di nuovo.

Si deve tornare dietro ai banchi per imparare?

L’innovazione viaggia a una velocità incredibile. Per apprendere non è però obbligatorio tornare all’università, dove spesso gli schemi e gli orari sono troppo rigidi per chi già lavora. Basta frequentare uno spazio comune, come fablab e makerspace dove lavorano persone che fanno cose complementari a te.

Basta lanciarsi.

Farebbe bene a tutti. In Italia spesso quando si parla di crowdsourcing sembra si tratti di una lotta di tutti contro tutti, dove vince chi ha gli agganci giusti e si offre al ribasso. Io preferisco una ecologia del lavoro più includente. Tutto sta nell’avere il coraggio di lasciarsi contaminare.

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Lorenzo Mannella



1 commento
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