Chiara Spinelli: “Senza narratori sociali non si va da nessuna parte”

chiara-spinelliChiara Spinelli, pisana classe ’78, ha studiato storia del cinema e capisce subito quali sono le storie che vale la pena raccontare. Nel 2011 con Nicola Lencioni lancia Eppela, la piattaforma online di crowdfunding per le idee che hanno uno spessore. E poi, tutto sta nel saperle raccontare.

Spinelli, lei che strada ha percorso?

Un percorso atipico. Prima mi sono laureata in storia del cinema e poi ho lascio a metà un dottorato. Le baronie non mi piacevano. Sono approdata alla comunicazione e ho lavorato anche come copywriter per un po’ di anni.

Le piaceva come lavoro?

Sì, ma volevo allargare i confini e andare oltre la pura creatività. Mi piace molto anche il lato organizzativo dei progetti. E ho avuto la fortuna di occuparmi di entrambi lavorando per la Normale di Pisa.

Coinvolgente.

Certo, perché si tratta di un contesto in cui hai un nome alle spalle da raccontare. È il massimo che ci si può aspettare, anche perché la Normale vanta una storia che non passa inosservata. Ma non mi sono fermata lì.

Tappa successiva, 2011.

Nicola Lencioni mi ha chiamata perché aveva un progetto da affidarmi. Stava nascendo Eppela e voleva che me ne occupassi io. Nonostante venissi da una realtà differente, tuffarsi nel mondo del crowdfunding è stato straordinario. Come project manager imparo ogni giorno qualcosa di nuovo.

Come è nata l’idea?

Un giorno Nicola si era trovato sotto il naso Kickstarter ed è letteralmente impazzito. L’idea che gli è saltata in mente è stata: perché non facciamo anche noi un sito di crowdfunding? Anche se prima di noi sono nate realtà come Produzioni dal Basso e Kapipal.

Quindi c’è concorrenza.

Il punto non è questo. Abbiamo modelli differenti, ma l’importante è che se almeno uno dei tre meccanismi ingrana scatena una rivoluzione culturale del mercato. Il bello è proprio questo: si possono stabilire dinamiche completamente nuove che vanno dal Maker al pubblico senza filtri.

Una nuova ricetta per creare opportunità.

Sì, perché il crowdfunding parla direttamente alle persone. Se c’è una band indie-rock che vuole produrre un demo può usare questo sistema ed entrare in contatto con le reti sociali. È il modo migliore per raccogliere i soldi che le servono.

Una spinta dal basso.

Ma non si tratta della stessa democratizzazione fasulla promossa dai talent show. L’illusione che il pubblico televisivo possa decretare il successo di qualche cantante è assurda. A decidere sono quasi sempre le grandi major. Con i prodotti artistici succede spesso, a tutti i livelli.

Cosa ha di diverso il vostro modello?

Con Eppela vogliamo dare forma alle idee delle persone. Mettiamo a loro disposizione una piattaforma con cui raccogliere i soldi online. Ma non sono investimenti a fondo perduto, perché si fissa sempre un traguardo da raggiungere. Se non lo superi, i soldi tornano nelle tasche di chi li ha offerti.

Non è una semplice donazione.

Certo che no, le persone si aspettano qualcosa in cambio. Su Eppela privilegiamo le idee mirate a creare un prodotto finale che possa interessare a chi ci investe. Intendiamoci, può essere una cover per smartphone, una canzone o uno spettacolo teatrale. L’importante è che i sostenitori ricevano un prototipo, un demo o anche un’emozione.

Ci vuole un riscontro con il reale.

Già, ma purtroppo spesso circolano idee poco concrete. Quando chiediamo ai proponenti se hanno già pensato a un progetto scompaiono nel nulla. Per arrivare in fondo devi aver studiato la fattibilità economica della cosa.

Bisogna essere portati.

Dipende anche dal contesto. Negli Usa il fenomeno è esploso, ma i progetti finanziati con successo sono quasi sempre prodotti, culturali o di design. È quasi impossibile trovare qualcuno che voglia lanciare una startup digitale, perché il riscontro non è immediato.

In Italia a che punto siamo?

Ci sono tante opportunità per lanciare idee che hanno a che fare con moda, cultura e design, ma le barriere non mancano. La burocrazia italiana di certo non aiuta e spesso gli interessi di categoria sono capaci di strangolarti.

Non abbiamo una grande politica del fare.

Addirittura c’è un vuoto normativo che rende difficile inquadrare le offerte che si ricevono dalle persone. Le scelte per gestire al meglio i fondi ricevuti dai progettisti sono due. Se sei una Onlus è tutto ok, le consideri donazioni. Se sei un privato, alzi la cornetta e chiami il commercialista.

Ma i problemi non finiscono qui.

C’è il nostro spaventoso digital divide. Utilizziamo Facebook giusto per ritrovare gli amici delle medie. Poi ci sono Twitter e Linkedin, questo sconosciuto. In tutti e tre i casi, ancora pochi progettisti comprendono a fondo le possibilità che offrono.

Dove sbagliano?

Li usano con troppa rigidità. Possono anche avere un’idea fantastica, ma poi si bloccano quando si tratta di raccontarla. Diffondere una foto o scrivere un testo coinvolgente diventa un’impresa. Alcuni parlano ancora di sé in terza persona, e non è certo la scelta ideale per comunicare che il loro lavoro è anche passione.

Va fatto uno sforzo.

La dimensione dei social network è fondamentale per portare avanti un progetto di crowdfunding. Bisogna coinvolgere direttamente le persone e far capire loro che ci stai mettendo tutta la tua passione. E comunque, l’obiettivo finale non è solo quello di intascare i soldi.

C’è dell’altro.

Sicuro, il passaparola. Se il mio progetto ti interessa ma non vuoi investirci denaro puoi aiutarmi spargendo la voce tra i tuoi amici. Magari tra di loro ci sarà qualcuno che è ben disposto a darmi il suo sostegno finanziario. Oltre che a spargere la voce.

Una reazione a catena.

Esatto, ecco perché continuo sempre a ripetere che per Eppela se un progetto fallisce il vero problema non è aver perduto il suo 5% di ricavo. Se i progettisti non creano nuovi contatti intorno al loro progetto, la community del sito non cresce e il sistema non si afferma come opportunità.

Torniamo alla dinamica del racconto.

Sì, ed è fondamentale. Presentare un progetto non è molto diverso da quello che fa un regista davanti ai potenziali produttori. Di solito gli chiedono di raccontare il film in tre minuti. Insomma, un pitch da vera startup. Se non la sai raccontare la tua idea non vivrà mai.

Di strumenti per farlo ne abbiamo anche troppi.

Il Web è favoloso e a costo zero. Se tutte le persone imparassero a usarlo come si deve, non ci sarebbe più bisogno di rivolgersi altrove per organizzare il marketing di un progetto. L’importante resta sempre camminare con le proprie gambe.

Ma non possiamo aspettarci un successo immediato.

Voglio lanciare una provocazione: eviterò di parlare del successo di Kickstarter. Troppo facile. Meglio focalizzarsi sui problemi: come facciamo ad avere lo stesso successo in Europa e in Italia? Purtroppo i nostri numeri sono ancora molto ridotti.

A che punto siete?

La soglia massima di finanziamento non supera i 10mila euro, e dei 700 progetti che ci sono arrivati ne abbiamo pubblicati solo 90. Di questi, finora solo una decina hanno avuto successo. I numeri parlano chiaro: Eppela non funziona come eBay. Non basta caricare un paio di foto e aspettare che qualcuno inciampi nella pagina per caso. Senza narratori sociali non si va da nessuna parte.

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Lorenzo Mannella



1 commento
  1. Gentile signora Chiara, sono un amico di Enrico Dini e ho seguito in stream tutta la giornata del WWRome, ho trovato molto interessante il progetto Eppela (mi sono già registrato) e ho postato un progetto per la realizzazione di un trullo pugliese con la tecnologia D-Shape… ma l’idea Eppela di crowdfunding ha scatenato la nascita di una serie di idee che ben presto le comunicherò. Grazie e a presto…

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